Le app che promettono soldi per guardare video, ascoltare canzoni, rispondere a sondaggi o provare prodotti sono tantissime. Alcune pagano davvero, molte pagano in punti che non diventano mai euro, e alcune ti fanno lavorare per niente. Prima di regalare ore del tuo tempo, ecco sette cose da controllare: valgono per qualsiasi piattaforma, Ingain compresa.
È la prima domanda. Molte app pagano in «punti», «gemme» o «coin» con un tasso di cambio che può cambiare quando vogliono, oppure che si convertono solo in buoni di pochi negozi. Non è per forza un imbroglio, ma è un'altra cosa rispetto a un compenso. Cerca scritto, chiaro, come e quando i punti diventano denaro sul tuo conto.
Una soglia troppo alta rispetto a quanto si guadagna al giorno significa che pochi la raggiungeranno mai. Fai il conto: se si guadagnano pochi centesimi a task e la soglia è €50, servono settimane. Una soglia bassa e un bonifico sul tuo IBAN sono un buon segnale.
Sembra un fastidio, invece è un segnale di serietà. Dal 2023 la direttiva DAC7 obbliga le piattaforme a comunicare al fisco i compensi degli utenti. Un'app che ti paga senza mai chiederti chi sei sta ignorando la norma, e il problema prima o poi ricade su di te.
I soldi guadagnati online sono reddito e vanno dichiarati. Per importi occasionali si parla di solito di lavoro autonomo occasionale: chi ti paga trattiene una ritenuta d'acconto del 20% e ti rilascia la Certificazione Unica. Una piattaforma in regola te la manda; una che non sa cosa sia, no.
«Guadagna €100 al giorno dal divano» è una bugia. Le attività semplici (guardare, ascoltare, valutare) valgono pochi centesimi l'una, perché il brand paga per un po' della tua attenzione, non per un lavoro. Una cifra onesta è qualche euro al giorno, di più con attività che richiedono impegno vero, come creare un contenuto. È un'entrata in più, non uno stipendio.
Like comprati, follow in massa, account multipli, bot: sono contro le regole delle piattaforme e portano al blocco del tuo profilo. Le attività valide sono interazioni reali, fatte da te, una persona, con il tuo account.
Se vieni pagato per pubblicare qualcosa sul tuo profilo, quel contenuto è pubblicità e va dichiarato, altrimenti è pubblicità occulta e la responsabilità è anche tua. Una piattaforma seria te lo chiede e lo controlla.
Ingain vende ai brand campagne su Instagram, TikTok, YouTube, Spotify, Twitch, Pinterest, LinkedIn e newsletter, e le fa svolgere a persone comuni. Il 65% del budget di ogni campagna va a chi svolge le attività. Il prelievo è in euro, con bonifico sul tuo IBAN, da €20. Ingain trattiene la ritenuta del 20% come sostituto d'imposta e ti manda la Certificazione Unica. Oltre €5.000 l'anno i prelievi si fermano, perché da lì servono i contributi INPS e conviene parlarne con un commercialista. Si entra da 16 anni; fra i 16 e i 18 serve l'autorizzazione di un genitore per prelevare. Gli Incoin si usano solo per i buoni, non diventano denaro.
Sì, se pagano in modo trasparente e trattano i compensi come reddito. I guadagni vanno dichiarati; per importi occasionali si tratta di solito di lavoro autonomo occasionale.
Qualche euro al giorno con attività semplici, di più con attività che richiedono impegno, come creare un contenuto. È un'entrata in più, non uno stipendio.
Sì, vanno dichiarati. Se la piattaforma fa da sostituto d'imposta trattiene una ritenuta del 20% e ti rilascia la Certificazione Unica. Per il tuo caso rivolgiti a un professionista.
Su Ingain sì, da 16 anni: fra i 16 e i 18 serve l'autorizzazione scritta di un genitore prima di poter prelevare.
Scopri come guadagnare su Ingain →