La trasparenza pubblicitaria sui social non è complicata — è solo spiegata male. Questa è la guida operativa che avremmo voluto trovare noi: cosa scrivere, dove metterlo, e i quattro errori che vediamo più spesso.
Le diciture riconosciute dalla prassi italiana (Digital Chart IAP e orientamenti AGCM): #adv, #pubblicità, #sponsorizzato, "in collaborazione con [brand]". In inglese: #ad. Da evitare: #sp, #collab da solo, ringraziamenti ambigui ("grazie a...") — troppo vaghi per un consumatore medio.
Caption: nelle prime righe, visibile senza premere "altro". Storie: in sovrimpressione, leggibile, su ogni storia della serie. Video: nei primi secondi, a voce o in overlay. Live: dichiarato a voce all'inizio e ripetuto periodicamente.
Instagram ("Partnership pubblicizzata") e TikTok ("Contenuto brandizzato") offrono lo strumento ufficiale di segnalazione. Attivarlo conviene a tutti: al creator (prova di buona fede), al brand (tracciabilità), e persino all'algoritmo — le piattaforme trattano meglio i contenuti commerciali dichiarati di quelli mascherati e poi rilevati.
1. Disclosure nella bio invece che nel contenuto. 2. #adv sepolto in fondo a trenta hashtag. 3. Dichiarare il primo post di una campagna e non i successivi. 4. Pensare che "tanto sono piccolo" protegga: la norma non ha soglie di follower.
Formalmente AGCM e IAP. In pratica: i competitor che segnalano, gli utenti che segnalano, i giornalisti che ci fanno articoli. Il costo reputazionale arriva prima della multa.
Su Ingain questo problema è risolto alla radice: ogni campagna con output pubblico richiede la disclosure verificata automaticamente nel contenuto — hashtag e etichetta nativa — prima che il compenso venga accreditato. Il creator non può dimenticarla, il brand non deve controllarla.
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